Riflessioni in notturna
[...] e anche una faticosa via traversa mi sembrava preferibile ad una via chiusa.
Nelle mie perenigrazioni libresche serali mi sono imbattuta in questa frase che ha calamitato la mia attenzione ed ha aperto uno squarcio sulla realtà, che magari durerà un attimo e poi lascerà di nuovo il campo alla mia lente grigio topo che ingigantisce la mia percezione del mondo.
Una via chiusa, l'oggetto del contendere è esattamente quello. Quello di sentirsi in una strettoia e convincersi che non c'è granchè da fare, che le prospettive sono all'infinito (come geometria descrittiva insegna) e che la strada è chiusa. Anzi la via. Che è più sottile, che non è fisica. Ma metafisica. E allora subito dopo, torno indietro e trovo la faticosa via traversa che è preferibile alla chiusura. All'impossibilità. E qui entra in gioco l'esistenza e la possibilità per l'appunto di giocarserla. Una faticosa via traversa, faticosa. Dura. Durissima. Piuttosto che rinunciare, meglio affaticarsi e la prospettiva non è all'infinito, ma dietro l'angolo. Siamo socialmente abituati a credere che la risoluzione dei problemi debba essere immediata, o comunque semplice, è un pensiero che ha un'origine incerta, visto che in generale la realtà procede in tutt'altra maniera. La via è sempre traversa. Ma non è questo che mi ha scosso.
Mi scuote la possibilità di formulare un pensiero alternativo che non è quello del compatimento, ma è quello della forza d'animo. Meglio affaticarsi lungo un sentiero inclinato a 180°, che credere all'impossibilità di arrivare in cima. Soprattutto perchè la cima esiste.
Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l'arco, Adelphi



